L’intervista al poliziotto che pedinò Mario Meneguzzi, lo zio di Emanuela Orlandi

“Certo che mi è parso strano che non sia stata ordinata la perquisizione dello chalet, ma io non poteva fare nulla. Ero solo un poliziotto semplice, dovevo limitarmi a eseguire gli ordini. Idem i miei colleghi che mi davano e si davano il cambio nel pedinarlo fino a Torano”. A parlare è il poliziotto in pensione Giuseppe Catania, audito dalla Commissione parlamentare d’inchiesta Orlandi-Gregori per un’ora e mezzo nel pomeriggio di martedì 5 maggio.

A dare alla Commissione il suo nome e numero di telefono e a consigliare di convocarlo sono stato io: scoperto dal programma Lo Stato delle Cose, di Massimo Giletti, contattato dallo stesso Catania, nel corso dell’intervista fattagli a dicembre dalla giornalista del programma Francesca Ronchin ha tranquillamente rivelato di essere stato incaricato, già nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Emanuela Orlandi, di pedinare lo zio Mario Meneguzzi – marito di Lucia sorella di Ercole Orlandi padre di Emanuela – scoprendo così che spesso andava di sera, da solo, nel suo chalet di montagna a Torano di Borgorose, a circa 800 metri di altezza in provincia di Rieti.

E che ci restava anche tutta la notte quando invece ufficialmente passava le intere giornate in casa degli Orlandi in Vaticano, anche dormendoci con l’intera sua famiglia, per aspettare le telefonate di chi avesse eventualmente visto sua nipote Emanuela, scomparsa come è noto il 22 giugno ’83.

Come mai ha pensato di contattare la redazione de Lo Stato delle Cose?

“Avevo visto in televisione che i suoi giornalisti avevano fatto dei sopralluoghi dalle parti della casa al mare di Meneguzzi, mi pare a S. Marinella, e così m’è venuto in mente di chiedere loro se sapevano che Meneguzzi aveva anche un casa in montagna in provincia di Rieti, a Torano di Borgorose. Io l’ho pedinato alcune volte fino a Torano”.

Quante volte, a partire da quando e per ordine di chi?

“Io l’ho pedinato due o tre volte già a partire dai giorni immediatamente successivi alla scomparsa della ragazza, ma non ero il solo: vari miei colleghi mi hanno dato e si sono dati il cambio nel pedinarlo per almeno tutto giugno e luglio, mi pare anche a settembre. L’ordine ci era stato dato dal commissario Nicola Cavaliere, che mi par di ricordare fosse già il capo della Squadra Mobile”.

Iniziativa spontanea di Cavaliere o su incarico del magistrato Margherita Gerunda prima, titolare dell’inchiesta fino ai primi di luglio, e di Domenico Sica dopo?

“Non ne ho la minima idea. Non erano cose che il commissario veniva a raccontare a noi”.

Quanto si fermava Meneguzzi nello chalet?

“Diverse ore. Credo anche tutta la notte, tanto che noi a una certa ora ce ne tornavamo a Roma a dormire”.

Portava in casa qualcosa? Borse, attrezzi come pale, picconi, ecc., utili a scavare?

“Non glielo so dire. Restavo ovviamente a distanza ed era buio. Non ricordo, dopo oltre 40 anni, se la casa avesse un suo garage, ma immagino di sì”.

A che ora arrivava e a che ora ripartiva?

“Non aveva orari fissi, partiva da Roma in serata e si fermava ore, io a un certo punto andavo via e immagino anche i miei colleghi incaricati dopo di me”.

Non le pare strano che Meneguzzi, ufficialmente sempre in Vaticano in casa Orlandi, andasse a quanto pare di nascosto la sera e di notte a Torano? Secondo lei Meneguzzi che ci andava a fare nello chalet?

“Guardi, non so cosa dirle. Non faccio più il poliziotto, sono in pensione e certe domande…. preferisco non farmele”.

Insisto: non le pare strano che lo chalet non sia mai stato perquisito?

“Insisto anch’io: a me in questa storia pare tutto strano, ma non so che dirle”.

Ha conosciuto il poliziotto Pasquale Viglione?

“Viglione? Mah, non ricordo con ccertezza questo cognome, però uno che si chiamava Pasquale mi pare di ricordarlo. Perché me lo chiede?”

Perché quando venne fuori la storiaccia delle avance sessuali fatte nel ’78 da Mario Meneguzzi, sposato e padre di tre figli, alla nipote Natalina, più giovane di 24 anni e sorella di Emanuela, prese l’iniziativa di dare una intervista, a condizione di restare anonimo, a un paio di giornali. Per sostenere che zio Mario con la scomparsa di Emanuela non c’entrava nulla perché le sue case erano state perquisite, ma senza risultati.

“Ah sì? Beh, a me non risulta, mai saputo né sentito dire. Ma basta cercare in archivio: se non sono scomparse, magari mandate al macero dopo decenni, ci devono essere le relazioni di servizio. Le mie e quelle di tutti gli altri. Se non ricordo male, per perquisire un’abitazione ci vuole l’ordine di un magistrato, non basta la volontà di un poliziotto. E l’ordine del magistrato se è stato dato è rimasto certo nelle carte giudiziarie. Che non vanno al macero”.

La linea telefonica comincia a sparire per qualche secondo e capisco che Catania non ha altro da dirmi. Perciò rinuncio a fargli l’ultima domanda: “Lo sa che Nicola Cavaliere a me fa venire in mente il commissario Scialoja di Romanzo Criminale, il romanzo di enorme successo scritto dal magistrato Giancarlo De Cataldo, che nel settembre 1995 ha iniziato il processo alla banda della Magliana noto come processo “Abbatino più 97”, cioè con ben 98 imputati?”.

Avrei voluto spiegare a Catania che in romanzo criminale il commissario Scialoja ha una relazione sessuale con una donna che a me fa venire in mente Sabrina Minardi. Fa venire in mente cioè  la “supertestimone”, ben nota e frequentata dal commissario Cavaliere, che si è inventata una serie di “rivelazioni clamorose” su Enrico De Pedis. Contribuendo così ad alimentare il grande mito fasullo di De Pedis “boss della banda della Magliana” e rapitore di Emanuela Orlandi “per fare un favore a qualcuno in Vaticano”. Chissà se si troveranno mai le relazioni di servizio fatte a suo tempo dall’allora poliziotto Giuseppe Catania e dai suoi colleghi su zio Mario Meneguzzi di sera e di notte a Torano quando ufficialmente era in casa Orlandi in Vaticano.

L’articolo L’intervista al poliziotto che pedinò Mario Meneguzzi, lo zio di Emanuela Orlandi proviene da Blitz quotidiano.