Il primo a chiamarmi dopo che il ponte si era spezzato, quel 14 agosto 2018, ore 11,36, nel cuore di Genova, otto anni fa, era stato Marco Benedetto. “Cosa sta succedendo, mandami subito le prime immagini che trovi!!!!!”.
Era stato il primo proprio lui, alla vigilia di Ferragosto, vigile come un vecchio capocrosnista, abituato a tutte le notizie e alla loro imprevedibilità. Stavo su una spiaggia, lontano, ma non troppo, da Genova ed ero ancora paralizzato dalla notizia che temevo da anni, anche io vecchio capocronista, che raccoglieva da decenni gli allarmi sul Morandi, le sue debolezze, le fragilità, le polemiche. Ed ho incominciato a correre dietro quel dramma enorme che squarciava Genova e non solo, ma anche le nostre anime.
Marco era freddo come deve essere uno al suo posto in quel momento, al timone di un giornale che aveva qualche carta in più per la nostra esperienza genovese. Io e lui genovesi nel sangue, consci di cosa voleva dire quel fatto inimmaginabile: un ponte di appena 53 anni che si spezza in mezzo a una città come Genova e fa precipitare nella voragine di quintali di cemento un numero, a quel punto, imprecisato di vite umane. Nessuno poteva capire, come noi tra i tanti che scattavano dietro la notizia, che cosa significava quella tragedia. Volavano i pezzi di ponte e le vite umane in quel buco neo, alla viglia di un Ferragosto, in mezzo a un temporale incredibile per la giornata, l’ora, il possibile flusso di veicoli che avrebbe potuto scorrere sulle quattro corsie, due in su e due in giù di quella infrastruttura modernissima, battezzata nel settembre del 1967, quando Marco già scriveva sui giornali e io avevo appena superato la Maturità classica.
Marco sapeva cosa significava la città spezzata in due, irraggiungibile da una parte all’altra, cosa significava la Liguria divisa in mezzo, cosa significava quel ganglo vitale del Nord Occidentale, spezzato drasticamente. Ma tra di noi non c’era bisogno di scambiare parole su quel che si doveva fare subito. Scrivere, raccontare, spiegare e farlo anche senza fretta.
All’immediato, mi disse, ci pensa la redazione di Blitz Quotidiano, il giornale che lui ha fondato. “Tu prepara un lungo pezzo di racconto che spieghi tutto”.
Ed è così che ho incominciato a scrivere del ponte crollato, pochi minuti dopo. Ricordo l’attacco: “Potevo esserci io su quel ponte, potevi esserci tu, poteva esserci quel pendolare che tutti i giorni lo attraversa per andare a lavorare, poteva esserci quel pulman che portava i turisti alla stazione dei Traghetti in porto (…)”.
Quello è stato anche l’inizio del libro che ho scritto su quella tragedia, il primo a uscire esattamente un anno dopo, quando il nuovo ponte era già in costruzione. Si intitolava “Cronaca di un crollo annunciato” e sarebbe stato pubblicato, grazie ad un altro grande amico di Marco, Massimo Donelli, grandissimo giornalista dal curriculum prestigioso, che mi mise in con contatto con Mondadori, edizioni PM.
Io e Marco Benedetto non ce lo dicevamo, ma per un anno, ogni settimana, io scrivevo un articolo per Blitz che seguiva le vicende del ponte, le tragedie, le speranze, la demolizione, le polemiche con il governo, la mobilitazione della città, le benedizioni del cardinale Bagnasco, il dolore incancellabile delle vittime. Erano pezzi. Diventarono capitoli ai quali aggiunsi le interviste a tutti coloro che nei decenni avevano avuto responsabilità politico amministrative sul ponte, sindaci, presidenti di Regione di porto, di partiti che avevano governato la città.
“Potevate fare qualcosa per salvarlo prima, perchè non lo avete fatto?” chiedevo anche sfrontatamente. Solo un ex segretario regionale del Pd, prima del Pds e dei Ds ebbe il coraggio di dirmi: “Responsabilità penali non credo di averne, ma morali sì”. Io e marco avevamo anche una convinzione: che se non ci fosse stata la Madonna della Guardia, che vegliava un po’ più in alto nella stessa valle del crollo, la tragedia avrebbe assunto ben altre proporzioni.
Se il crollo, il crak della pila nove, si fosse verificato in un giorno di traffico, di grandi code cosi usuali su quel ponte, quante vittime ci sarebbero state? E se il crollo fosse avvenuto sopra le case di via Porro o di via Fillak, sotto le arcate del ponte?
Se ….. se…….. Quando avevo finito di scrivere la stretta attualità Marco mi disse, scorrendo la fila di tutti quei pezzi, ogni settimana, quasi inesorabilmente: “Questo è un libro!” E così è stato. Aggiungo: il libro di Blitz. Ora otto anni dopo, ora che Marco non c’è più, mi sento un po’ solo a ricordare quella operazione giornalistica-libraria, che era nata spontaneamente, con poche parole e qualche cenno silenzioso. Otto anni dopo saremo di nuovo qua a pesare se veramente giustizia è stata fatta con la sentenza di un mese fa, che ha comminato decine di anni di carcere. Manca ancora molto per la sentenza definitiva. La giustizia trema, come il ponte quel giorno. Sono sicuro che Marco mi direbbe, con qualche mezza parola, di stare in guardia, di andare avanti. Grazie Marco.
L’articolo Marco Benedetto e quel ponte crollato che spezzava la sua Genova otto anni fa proviene da Blitz quotidiano.
