Microplastiche, in Brasile sono inquinate anche le aree marine protette

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Trovati polimeri, Pet e Teflon da vernici, lavaggi di fibre sintetiche, rivestimenti antiaderenti. Anche le aree marine a protezione integrale sono contaminate da microplastiche. Uno studio pubblicato su Environmental Research ha utilizzato ostriche e cozze come sentinelle in Brasile

Nonostante siano considerate dei santuari per la biodiversità, le aree marine protette (AMP) del Brasile non sono immuni dalla contaminazione da microplastiche. Uno studio pubblicato il 15 maggio sulle pagine di Environmental Research ha dimostrato che anche le AMP classificate come aree di protezione integrale (API), che sono le più restrittive anche rispetto all’intervento umano nell’area, sono contaminate. La ricerca, condotta dalla dottoranda Beatriz Zachello Nunes dell’Università Federale brasiliana del Rio Grande, con scienziati brasiliani e australiani, ha dimostrato che le microplastiche sono presenti in tutte queste API, con una concentrazione media di 0,42 ± 0,34 particelle per grammo di tessuto umido. Per compiere le analisi  i ricercatori hanno utilizzato molluschi bivalvi (ostriche e cozze) come organismi sentinella per valutare la contaminazione.

“Il nostro studio ha dimostrato che la contaminazione da microplastiche si verifica anche nelle aree di protezione ambientale più restrittive. Per esempio, ad Atol das Rocas, dove non ci sono attività economiche e i turisti non possono visitarla. Le microplastiche possono raggiungere luoghi come questo trasportate dal vento o dalle correnti oceaniche”, ha dichiarato all’Agência FAPESP Ítalo Braga, coordinatore della ricerca finanziata dal FAPESP e professore presso l’Istituto di Scienze Marine dell’Università Federale di San Paolo (IMar-UNIFESP) in Brasile. Continua Braga: “Per lo studio abbiamo selezionato dieci aree: Parco Nazionale di Jericoacoara, Atol das Rocas, Fernando de Noronha, Rio dos Frades, Abrolhos, Tamoios, Alcatrazes, Guaraqueçaba, Carijós e Arvoredo”

L’analisi chimica ha identificato la presenza del 59,4% di microplastiche conosciute, nello specifico: polimeri alchidici (28,1%), utilizzati in pitture e vernici, forse provenienti da imbarcazioni e navi da turismo; polietilene tereftalato (PET) (14%), comunemente presente negli imballaggi in plastica e nelle fibre sintetiche, rilasciato nel bucato e trasportato in mare dal deflusso urbano; politetrafluoroetilene (PTFE o Teflon) (12,3%), presente nei rivestimenti antiaderenti e industriali. Il restante 40,6% non ha potuto essere descritto.

Per valutare la presenza di questi inquinanti, i ricercatori hanno utilizzato ostriche e cozze, considerate le sentinelle del mare. “Si nutrono filtrando l’acqua di mare: se quell’acqua contiene contaminanti, questi bivalvi li tratterranno”, dice Braga. “Quindi, invece di prelevare campioni d’acqua, che variano continuamente, analizziamo i bivalvi perché accumulano inquinanti nel tempo – prosegue il ricercatore – e forniscono una cronologia più affidabile della contaminazione”.
Tra le aree studiate, la contaminazione più alta è stata registrata nel Rifugio Faunistico delle isole di Alcatrazes (a nord dello stato di São Paulo), con 0,90 ± 0,59 particelle per grammo, mentre la concentrazione più bassa è stata riscontrata nella Riserva Biologica di Atol das Rocas (in Rio Grande do Norte), con 0,23 particelle per grammo.

“L’aspetto positivo è che l’inquinamento in tutte queste aree è inferiore alla media internazionale per le aree marine protette – continua Braga – E ben al di sotto della media brasiliana per le aree non protette”. Le aree fortemente contaminate, come Santos e alcune spiagge di Rio de Janeiro, sono da 50 a 60 volte più inquinate.
L’ammonimento degli esperti è chiaro: “La sola creazione di aree marine protette non è sufficiente a fermare l’inquinamento. Per mitigare questo fenomeno servono misure globali come il Trattato globale sulla plastica attualmente in fase di negoziazione sotto il coordinamento del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente”.

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