Mikel Merino, talento dell’Arsenal, si è raccontato a cuore aperto su diversi momenti significativi – in positivo e negativo – della sua carriera
Un viaggio intimo che attraversa il terrore, la resilienza e la definitiva consacrazione sportiva. Sulle colonne di The Players’ Tribune, Mikel Merino ha affidato una confessione profonda e senza filtri, ripercorrendo i passaggi chiave di una carriera in cui destino e campo si sono intrecciati in modo drammatico. Il centrocampista spagnolo ha confessato di sentirsi protetto da un angelo custode, tornando con la mente all’attentato dell’11 aprile 2017 subito dal pullman del Borussia Dortmund prima del match europeo contro il Monaco:
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“Quell’episodio ci ha segnati tutti. Ci fu un boato assordante, e poi ricordo che l’autobus rischiò di ribaltarsi” ha ricordato il calciatore. “Mi guardai alle spalle e vidi del sangue sul pavimento. Fumo, urla. Ricordo di essere stato in ospedale più tardi quella notte, in attesa di Marc Bartra, che aveva un profondo taglio al polso. Il giorno dopo, qualcuno mi disse che un enorme frammento di scheggia si era conficcato nel poggiatesta del sedile accanto a Marc. Il mio solito posto”.
Il riscatto all’Arsenal: la svolta di Arteta contro l’etichetta di perdenti
Quella stessa forza interiore lo ha guidato nella trionfale cavalcata verso la vittoria della Premier League con l’Arsenal. Merino ha rievocato la pesantezza dei pregiudizi esterni spazzati via dal successo, reagendo con ironia persino alle provocazioni dei rivali del Manchester City:
“Eravamo dei “bottlers”. Sempre secondi. Secondi, secondi, secondi. Noiosi. Una squadra da calci piazzati. Incapaci di segnare in azione. Incapaci di reggere la pressione. Quando mettevano in dubbio la nostra professionalità, ci stringevamo ancora di più”.
Una metamorfosi mentale resa possibile dalla gestione di Mikel Arteta: “La cultura che abbiamo oggi la dobbiamo a lui. Anche quando il mondo si aspettava che crollassimo, ero sicuro che il titolo sarebbe stato nostro”.
Dal baratro dell’infortunio al sogno Mondiale con la Roja
Eppure, prima di toccare il cielo con un dito, il classe 1996 ha dovuto superare il baratro a febbraio 2026, quando un grave stop al piede sembrava aver cancellato ogni traguardo: “Mi trovavo in un ufficio del centro di allenamento e indossavo un tutore protettivo. Il medico della squadra e il fisioterapista capo stavano esaminando le immagini una per una“. La prognosi di sei mesi fu traumatica: “La corsa al titolo era in pieno svolgimento. La Coppa del Mondo era alle porte. Mia moglie era incinta. Ho fatto due conti a mente. Mancavano quattro mesi ai Mondiali”.
Il recupero contro il tempo ha reso possibile la chiamata della Spagna, arrivata attraverso un video federale carico di significato: “Ho acceso la TV spagnola. La federazione aveva realizzato questo video fantastico sul fatto che la nazionale appartiene al popolo, quindi Luis non stava leggendo i nomi. Aveva riservato quell’onore agli eroi quotidiani spagnoli. Ero seduto sul divano e continuavo a ripetere: ‘Per favore, per favore, per favore…’ “.
Alla comparsa del proprio nome, la tensione ha lasciato spazio alla festa in famiglia: “Ho abbracciato Lola. Ho baciato Marco. Il mio telefono è stato sommerso dai messaggi. Stavo per andare ai Mondiali. Volevo essere lì, volevo essere importante“. Un’avventura indimenticabile, sigillata da una finale affrontata con la purezza dei debuttanti: “La cosa più bella di questa finale è stata che ci siamo dimenticati che si trattava di una finale. Abbiamo semplicemente giocato. I nostri ragazzi sono così sicuri di sé da sembrare quasi distaccati dalla realtà. Lo ammiro davvero. Vivono nel loro mondo, dove la pressione è solo chiacchiere e la partita è solo una partita, come se fossero ancora bambini. Questo è il modo migliore di giocare”.
