Salim El Koudri cittadino italiano da quando aveva 14 anni. La mail in cui scriveva “bastardi cristiani”

Cosa sappiamo su Salim El Koudri, il 31enne che sabato 16 maggio ha investito sette persone in centro a Modena? Prima di tutto: è nato a Bergamo da genitori marocchini ed è cittadino italiano dal 2009.

La sua storia personale, secondo quanto ricostruito, appare inizialmente lineare. Cresciuto a Ravarino, in provincia di Modena, dal 2000, ha frequentato scuole elementari e medie con risultati brillanti. La sindaca Maurizia Rebecchi lo descrive come “uno studente modello, ottimo profitto”. Dopo il liceo a Modena si è laureato in economia aziendale, confermando un percorso accademico regolare e senza interruzioni evidenti.

Eppure, negli ultimi anni, emergono segnali di cambiamento. Tra il 2022 e il 2024 sarebbe stato seguito da un Centro di salute mentale della provincia, con una diagnosi di disturbo schizoide di personalità. Successivamente avrebbe interrotto le cure e l’assunzione dei farmaci prescritti. Gli investigatori stanno ora ricostruendo quel passaggio come possibile snodo critico della vicenda clinica.

Sul piano sociale, le testimonianze sono contrastanti. L’imam della comunità islamica locale afferma di non averlo “mai visto nella nostra associazione”, pur conoscendo il padre, descritto come “una persona per bene”. Un vicino lo ricorda come “un bravo ragazzo”, ma negli ultimi tempi “era molto cambiato”. Altri parlano di isolamento, comportamenti irregolari e frequenti accessi in tabaccheria o al bar del paese. Un esercente racconta episodi di aggressività e atteggiamenti considerati “molesti e inquietanti”.

Gli investigatori riferiscono che dalle analisi dei dispositivi non emergono legami con reti jihadiste o propaganda terroristica.

Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi conferma l’assenza di elementi di radicalizzazione strutturata. In passato, tuttavia, El Koudri avrebbe inviato una mail all’università con espressioni come “bastardi cristiani”, poi seguita da una richiesta di scuse, e un’altra in cui scriveva: “Non sono cristiano e per questo non mi fate lavorare”.

Meta sembra che in passato abbia rimosso alcuni contenuti dai suoi profili per violazioni delle policy, ma non per motivi legati al terrorismo. L’uomo, secondo gli inquirenti, non risulta comunque attivo sui social.

Durante l’interrogatorio ha scelto il silenzio. In carcere, secondo fonti, appare confuso e isolato. Avrebbe detto: “Sono confuso, non rispondo”. Secondo un altra fonte avrebbe affermato: “Vivo in un Paese di razzisti”.

Il padre lavora come operaio a Nonantola. La procura ha disposto il fermo per strage e lesioni aggravate, mentre le indagini proseguono per chiarire dinamica, condizioni cliniche e contesto personale. La famiglia, descritta come integra e senza precedenti segnalazioni ai servizi sociali, subito dopo l’accaduto ha lasciato l’abitazione di Ravarino.

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