Scoprono un pozzo dopo l’acquisto della casa: dopo 25 anni la svolta in Cassazione

Importante pronuncia della Corte di Cassazione sul fronte della tutela dei consumatori. I giudici hanno infatti riconosciuto il consumatore come “parte debole” nel rapporto contrattuale, accogliendo il ricorso presentato da una coppia di San Benedetto del Tronto contro la società Soledil srl, coinvolta in una lunga controversia immobiliare iniziata oltre venticinque anni fa.

La decisione arriva al termine dell’udienza relativa al ricorso promosso nel 2019 dai due coniugi, assistiti dall’avvocato Jacopo Severo Bartolomei. Il caso, considerato di particolare rilievo giuridico, è diventato un riferimento nell’ambito della tutela del consumatore, anche per il rinvio pregiudiziale che aveva già portato la vicenda all’attenzione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Il pronunciamento rappresenta un passaggio significativo per l’adeguamento della normativa italiana agli standard europei in materia di protezione contrattuale.

“È stata riconosciuta la rilevabilità d’ufficio in ogni fase e stato del processo di cognizione”

A sottolineare la portata della decisione è stato lo stesso avvocato Bartolomei, che ha seguito il procedimento in Cassazione. “È stata riconosciuta la rilevabilità d’ufficio in ogni fase e stato del processo di cognizione”, ha spiegato il legale, evidenziando come questo principio valga anche nella fase di rinvio e riguardi la nullità di protezione del consumatore.

La sentenza completa, con le motivazioni dettagliate, è attesa entro i prossimi sessanta giorni. Secondo il legale, il provvedimento è destinato a costituire un precedente fondamentale per l’intero sistema giuridico nazionale. L’obiettivo è uniformare definitivamente l’ordinamento italiano al livello di tutela previsto dalla normativa europea e recepito nel Codice del Consumo.

Una vicenda iniziata nel 1998 con l’acquisto dell’immobile

La controversia affonda le radici nel 1998, quando la coppia aveva sottoscritto un contratto preliminare per l’acquisto di un immobile, versando un acconto di 72.870 euro. Successivamente, però, gli acquirenti scoprirono la presenza di un pozzo che avrebbe potuto compromettere la piena vivibilità dell’abitazione. Da qui la decisione di revocare l’accordo.

Secondo la normativa vigente all’epoca, in caso di inadempimento da parte degli acquirenti la somma versata avrebbe dovuto essere trattenuta dal venditore. Il contratto definitivo non venne quindi mai stipulato e la questione sfociò in un lungo contenzioso giudiziario. Dopo anni di battaglie legali e il passaggio anche davanti ai giudici europei, la decisione della Cassazione segna ora una svolta destinata ad avere effetti ben oltre il singolo caso.

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