Lo ha stabilito la premier Mette Frederiksen presentando il nuovo governo. La decisione assume un significato rilevante nel contesto europeo. Una svolta a cui anche l’Italia dovrebbe guardare con attenzione
La Danimarca ha compiuto una scelta destinata a suscitare attenzione ben oltre i propri confini. Il 3 giungo scorso, presentando il nuovo governo, la premier Mette Frederiksen ha annunciato l’abolizione del tradizionale ministero dell’Agricoltura e la creazione di un ministero per la Natura e il Benessere animale.
In un Paese che ospita circa cinque volte più maiali che abitanti ed è tra i maggiori esportatori mondiali di carne suina, oltre che di latte e carne bovina, la decisione non è affatto banale e assume un forte valore simbolico. Per la prima volta la natura e il benessere animale vengono collocati al centro dell’architettura istituzionale dello Stato, mentre l’agricoltura perde quella posizione privilegiata che ha storicamente occupato nelle politiche pubbliche.
La riforma si inserisce nel programma del nuovo governo di coalizione del Paese scandinavo e accompagna una serie di misure che combinano giustizia sociale e transizione ecologica. Tra queste figurano il rafforzamento delle politiche ambientali, l’estensione delle aree naturali protette, maggiori restrizioni all’uso dei pesticidi nelle aree vulnerabili e l’attuazione del Green tripartite agreement, l’ambizioso accordo nazionale che punta a trasformare il modello agricolo danese.
La scelta arriva dopo anni di dibattito sul peso che gli allevamenti intensivi esercitano sul clima, sulla qualità delle acque e sulla biodiversità. A segnare profondamente l’opinione pubblica danese è stata anche la vicenda dei visoni: alla fine del 2020 il governo dispose l’abbattimento di circa 17 milioni di animali dopo la scoperta, negli allevamenti, di una mutazione del virus SARS-CoV-2. Quella decisione provocò di fatto la chiusura dell’intero comparto. Oggi l’allevamento di visoni è nuovamente consentito, ma in forme molto più limitate e continua a rappresentare uno dei simboli del confronto, tuttora aperto, sul futuro della zootecnia intensiva e sul suo rapporto con l’ambiente e il benessere animale. Non sorprende quindi che le organizzazioni ambientaliste e animaliste abbiano accolto la novità come una svolta storica: per la prima volta gli interessi della natura e degli animali dispongono di una rappresentanza politica autonoma rispetto alle strutture incaricate di promuovere la produzione agricola.
Naturalmente non mancano le critiche. Alcuni rappresentanti del settore agricolo e del centro-destra temono che la redistribuzione delle competenze possa indebolire la competitività del comparto e la capacità dello Stato di affrontare le sfide legate alla sicurezza alimentare. Sarà il tempo a dire quali effetti concreti produrrà questa innovazione istituzionale.
Al di là del dibattito interno, la decisione assume un significato particolare nel contesto europeo. Il Regolamento Ue sul Ripristino della natura, entrato in vigore nel 2024, conseguenza del Green deal dell’Ue, dell’Accordo di Kunming-Montreal delle Nazioni Unite per la biodiversità e dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, impone agli Stati membri di avviare un vasto programma di recupero degli ecosistemi degradati e di predisporre entro il 2026 i rispettivi Piani nazionali di ripristino. La Danimarca sembra aver scelto di adattare non soltanto le proprie politiche, ma anche le proprie istituzioni alle nuove priorità della transizione ecologica. È proprio in questa prospettiva che il caso danese offre uno spunto interessante per riflettere sulle diverse modalità con cui gli Stati membri stanno affrontando la sfida del ripristino della natura.
Il confronto con l’Italia è inevitabile. Nel nostro Paese l’attuazione del Regolamento europeo sul ripristino della natura è stata affidata congiuntamente al ministero dell’Ambiente e al ministero dell’Agricoltura. Si tratta di una scelta che riflette una diversa impostazione culturale e istituzionale, nella quale il baricentro della conservazione della biodiversità viene spostato verso via XX Settembre. Eppure, la transizione evocata dalla Danimarca potrebbe rappresentare anche un’opportunità per l’Italia. Molte caratteristiche del nostro sistema agroalimentare risultano infatti particolarmente coerenti con gli obiettivi del ripristino della natura e delle aree agricole: la diffusione di aziende di piccole e medie dimensioni, l’elevata presenza di agricoltura biologica, la ricchezza dei paesaggi rurali, la presenza di elementi di naturalità all’interno delle aziende agricole, la diversificazione delle produzioni, il forte legame tra prodotti e territori e il peso delle denominazioni di qualità. Più che un vincolo, il ripristino della natura potrebbe diventare uno strumento per rafforzare proprio quei fattori che rendono competitivo il Made in Italy agroalimentare. La tutela della biodiversità, della fertilità dei suoli, delle risorse idriche e del paesaggio rappresenta infatti una condizione essenziale per la qualità e la resilienza delle produzioni agricole del futuro.
La scelta danese invita inoltre a riflettere su una questione più profonda. Negli ultimi anni è diventato sempre più evidente che crisi climatica, perdita di biodiversità e degrado degli ecosistemi sono fenomeni strettamente interconnessi. L’Accordo di Parigi sul clima, il Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal e il Regolamento europeo sul Ripristino della natura nascono dalla medesima consapevolezza: non è più possibile affrontare separatamente le grandi sfide ambientali del nostro tempo.
In questa prospettiva, la riforma danese può essere letta come il tentativo di superare quella tradizionale separazione tra natura e società che ha caratterizzato gran parte della modernità occidentale. Agricoltura, biodiversità, acqua, clima e benessere animale vengono considerati componenti di un unico sistema territoriale e socio-ecologico.
Non sappiamo ancora se questa scelta produrrà i risultati sperati. Ma è indubbio che la Danimarca stia sperimentando una strada nuova. In un’Europa ancora largamente organizzata attorno alla separazione tra politiche produttive e politiche di conservazione, il nuovo ministero per la Natura e il Benessere Animale rappresenta uno dei più interessanti laboratori istituzionali della transizione ecologica.
