La politica ambientale non richiede ministri scienziati, ma leader capaci

Ricercatori in Antartide mentre studiano un campione di ghiaccio di 1,2 milioni di anni

Il compito della politica è scegliere una direzione. I leader che hanno costruito il Protocollo di Kyoto o l’Accordo di Parigi hanno trasformato la conoscenza scientifica in obiettivi politici condivisi, definito norme e creato le condizioni per affrontare problemi complessi. La crisi climatica richiede soprattutto la capacità di immaginare quale futuro vogliamo costruire

 

In un intervento su La Repubblica del 27 giugno scorso, Stefano Mancuso ha posto una questione certamente rilevante: come può occuparsi di riscaldamento globale chi non conosce cosa sia un gas, come funzioni il clima o quali siano i meccanismi che regolano il pianeta? La sua provocazione richiama un punto fondamentale: le decisioni politiche su ambiente, clima e biodiversità devono essere fondate sulla conoscenza scientifica.

Come non essere d’accordo. La necessità di fondare le decisioni politiche sul miglior stato delle conoscenze scientifiche disponibili è stata, fin dall’origine, parte integrante dei processi negoziali internazionali sul clima e sulla biodiversità. Le due Convenzioni delle Nazioni Unite hanno infatti previsto specifici organismi scientifici intergovernativi — l’Ipcc per il cambiamento climatico e l’Ipbes per la biodiversità e i servizi ecosistemici — proprio con il compito di fornire ai governi valutazioni scientifiche solide e condivise, utili a orientare le decisioni politiche. Questo modello riconosce implicitamente che la scienza deve “informare” la politica, ma che la definizione delle strategie e degli strumenti per raggiungere gli obiettivi resta una responsabilità del processo democratico e negoziale.

Tuttavia, penso che sia necessario introdurre una distinzione. Un ministro non è chiamato a essere un climatologo, un ecologo, un fisico dell’atmosfera o uno specialista di ogni singola materia che rientra nelle competenze del proprio dicastero. Se così fosse, pochi dei protagonisti politici che hanno contribuito alla costruzione dei principali accordi ambientali internazionali avrebbero avuto i requisiti per farlo. Quanti dei leader che hanno costruito il Protocollo di Kyoto o l’Accordo di Parigi possedevano una conoscenza tecnica approfondita dei modelli climatici, dei cicli biogeochimici o della dinamica degli ecosistemi? Probabilmente nessuno. Eppure, hanno svolto una funzione essenziale: trasformare la conoscenza scientifica in obiettivi politici condivisi, costruire accordi internazionali, definire norme e creare le condizioni per affrontare problemi complessi.

La questione, quindi, non è se un ministro debba conoscere ogni dettaglio scientifico del cambiamento climatico o della biodiversità o del ciclo dell’ozono, ma se abbia la capacità di riconoscere il valore delle evidenze disponibili, dialogare con la comunità scientifica e trasformare queste conoscenze in politiche pubbliche efficaci e lungimiranti.

Il compito della politica: scegliere una direzione

Le politiche ambientali contemporanee riguardano sistemi complessi: cambiamento climatico, economia circolare, inquinamento, energia, uso delle risorse naturali e biodiversità sono ambiti profondamente interconnessi. Nessuna persona può possedere competenze specialistiche in tutti questi settori. Il compito di un ministro, soprattutto in un Paese membro dell’Unione europea, non è quindi sostituirsi agli esperti, ma contribuire alla costruzione delle politiche comuni, garantire che gli impegni europei e internazionali siano tradotti in azioni concrete e orientare il Paese verso strategie capaci di affrontare le crisi ambientali. Questo significa anche saper riconoscere, nelle proposte trasformative indicate dalla scienza per  affrontare la doppia crisi del clima e della natura, non soltanto un vincolo, ma un’opportunità. La transizione ecologica può generare innovazione tecnologica, nuove competenze, maggiore efficienza nell’uso delle risorse, nuovi modelli economici e opportunità industriali. Una politica ambientale efficace non deve limitarsi a gestire gli impatti della crisi, ma deve anticipare il cambiamento e accompagnare la società verso nuovi modelli di sviluppo.

L’Accordo di Parigi e il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework non chiedono ai governi soltanto di comprendere i problemi, ma di perseguire obiettivi concreti: ridurre le emissioni, proteggere e ripristinare gli ecosistemi, arrestare e invertire il declino della biodiversità. Quando questi obiettivi non vengono perseguiti, il problema non è (necessariamente) la mancanza di conoscenza scientifica dei ministri. E, nel caso del cambiamento climatico, non è la convinzione che esso non esista e che, si sa, d’estate fa caldo e che d’inverno non sempre nevica. Spesso è una scelta politica che ha a che fare con volontà di intervenire, le priorità di un governo, il peso attribuito ai diversi interessi economici e sociali e il modello di sviluppo che si intende promuovere.

La scienza come base, non come sostituto della politica

Una politica ambientale efficace richiede un rapporto maturo tra conoscenza e decisione. La scienza deve fornire la base delle scelte, ma non può essere prescrittiva, non può sostituire la politica, perché le trasformazioni necessarie coinvolgono società, economia, istituzioni e territori.

La vera competenza richiesta a un ministro dell’ambiente, quindi non è quella di sostituirsi agli scienziati, ma di creare le condizioni affinché la conoscenza scientifica e i diversi sistemi di conoscenza orientino le decisioni

Questo è evidente nel caso della biodiversità: conservare gli ecosistemi significa confrontarsi con agricoltura, infrastrutture, uso del territorio, attività produttive e comunità locali. In Italia, inoltre, molte competenze sono condivise con le Regioni e gli enti territoriali. Senza coordinamento istituzionale e partecipazione non è possibile costruire politiche efficaci. La vera competenza richiesta a un ministro dell’ambiente, quindi non è quella di sostituirsi agli scienziati, ma di creare le condizioni affinché la conoscenza scientifica e i diversi sistemi di conoscenza orientino le decisioni, coinvolgendo istituzioni di ricerca, società civile, territori e altri settori del governo.

Quale cultura scientifica serve alla politica?

Un punto merita però una riflessione ulteriore sulle cose scritte da Mancuso. Quando si parla di “cultura scientifica” non si dovrebbe intendere soltanto la formazione nelle scienze fisiche, naturali o tecnologiche. Anche le scienze sociali e umane sono scienze, e sono fondamentali per comprendere e governare crisi come quella climatica e della biodiversità. Le trasformazioni necessarie non riguardano infatti solo molecole, emissioni o specie: riguardano comportamenti, istituzioni, sistemi economici, valori collettivi e processi decisionali. Numerosi studi hanno evidenziato come il ruolo delle scienze sociali sia stato a lungo sottovalutato nella costruzione delle politiche climatiche e ambientali. Tra questi, Steven Yearley ha evidenziato l’importanza della sociologia nella comprensione delle risposte sociali al cambiamento climatico, mentre Jens Jetzkowitz ha richiamato il ruolo delle scienze sociali nella governance della biodiversità.

La crisi climatica e quella della biodiversità non sono soltanto problemi fisici o biologici: sono problemi anche politici, economici e culturali. Per questo richiedono un approccio realmente interdisciplinare.

La responsabilità finale è politica

La critica più fondata alla politica ambientale non è semplicemente che un ministro non sia uno scienziato. Il problema nasce quando la politica ignora le evidenze disponibili, sottovaluta rischi riconosciuti dalla comunità internazionale o non traduce gli impegni assunti in azioni coerenti. Un ministro può non essere un esperto di clima o biodiversità e svolgere comunque un ruolo fondamentale se sa ascoltare la scienza, costruire alleanze istituzionali, anticipare le trasformazioni e assumere decisioni coerenti con obiettivi condivisi. Al contrario, quando gli obiettivi dell’Accordo di Parigi o del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework non vengono perseguiti, la domanda diventa politica: quali interessi vengono considerati prioritari? Quale idea di sviluppo viene promossa? Quale peso viene attribuito alla tutela della natura e al benessere delle generazioni future?

La sfida del nostro tempo non è affidare la politica agli scienziati, né chiedere agli scienziati di fare politica. È costruire un rapporto responsabile tra conoscenza e decisione pubblica, nel quale la scienza orienti le scelte e la politica abbia la responsabilità di trasformarle in strategie capaci non solo di ridurre i rischi della crisi climatica e ambientale, ma anche di cogliere le opportunità della transizione. Perché affrontare la crisi climatica e quella della biodiversità non richiede soltanto di sapere come funziona il pianeta. Richiede soprattutto la capacità di immaginare quale futuro vogliamo costruire e, la volontà politica di realizzarlo.