“Sparse le trecce morbide / sull’affannoso petto…”: nei versi del coro dell’Adelchi, Manzoni descriveva la morte della principessa longobarda, della pia Ermengarda. Triste sorte ma almeno non anonima.
Non come quella di T46, un’etichetta più che un nome quella apposta sui resti umani rinvenuti nel 2022 in una necropoli accanto alla ferrovia che attraversa Cividale del Friuli.
Guerriera o vittima di violenza domestica?
Dietro l’etichetta T45, una donna di 1400 anni fa, una longobarda. Forse era una donna guerriera, o forse un vittima di violenza domestica: lasciano il campo a molte ipotesi, le due gravi ferite alla testa rinvenute sui resti. Un cold case lungo un millennio.

Il suo cranio conserva una lesione da taglio inferta con una lama e un’altra provocata da un violento colpo contundente.
Il caso, descritto nello studio guidato dall’Università di Udine e pubblicato su International Journal of Paleopathology, rappresenta la prima prova diretta di violenza interpersonale in una donna longobarda.
Le donne partecipavano ai combattimenti
Finora erano state trovate solo prove indirette in alcuni documenti legali dell’epoca, che specificavano le pene per chi aggrediva le donne e includevano persino esempi di donne che partecipavano direttamente ai combattimenti.
“L’Editto di Rotari contiene sei disposizioni relative alla violenza contro le donne, che coprono casi che vanno dall’uccisione della moglie da parte del marito fino alle donne che partecipavano volontariamente a scontri tra uomini”, spiega la bioarcheologa Valentina Martinoia.
“Tra queste figura una legge (Liutprando 141) che descrive casi in cui gli uomini mandavano le donne a combattere per loro conto, osservando che avrebbero commesso azioni malvagie ‘con una crudeltà maggiore di quella di cui sarebbero capaci gli uomini’”.
Eppure, nonostante queste leggi suggerissero violenza contro le donne, finora i reperti archeologici non avevano fornito alcuna prova fisica tangibile. Data la cattiva conservazione dello scheletro, la determinazione del sesso è stata resa possibile solo dall’analisi delle proteine.
La sua fronte mostrava chiari segni di violenza: una ferita stretta e profonda era presente sul lato sinistro. L’angolazione e la forza dell’impatto suggeriscono che l’aggressore si trovava di fronte alla vittima e che la colpì con una lama simile a uno scramasax, un lungo coltello usato dai guerrieri germanici.
La seconda lesione aveva provocato una frattura da schiacciamento, probabilmente causata da un oggetto piatto e contundente come una pietra. La ferita mostra inoltre segni di infezione, indicando una difficile guarigione.
Quando i ricercatori hanno confrontato il caso T46 con altri casi di ferite alla testa di epoca longobarda, hanno individuato solo 33 individui in tutta Italia e nell’attuale Ungheria, tutti uomini.
Questo potrebbe essere dovuto al fatto che le donne generalmente non partecipavano a incursioni e combattimenti armati, eventi che hanno maggiori probabilità di lasciare segni sulle ossa.
Allo stesso modo, la violenza contro le donne si manifestava tipicamente sotto forma di maltrattamenti domestici, che spesso causano contusioni ai tessuti molli ma non lasciano segni sullo scheletro.
L’articolo Di una donna longobarda il primo femminicidio documentato. Un cold case lungo 1400 anni: i resti, gli indizi proviene da Blitz quotidiano.
