L’area è estesa per circa quarantatré ettari, per la maggior parte nel comune di Seveso, con una piccola parte in quello di Meda. A colloquio con Paolo Lassini, dottore forestale che contribuì alla sua nascita
Dopo varie proposte su come sistemare il materiale inquinato dalla diossina, il Commissario dell’Ufficio Speciale di Seveso decise di costruire due discariche nei comuni di Meda e Seveso. A compensazione e a memoria del disastro, il Commissario Luigi Noè decise innovativamente che le due discariche venissero inserite in un grande parco naturaliforme, in gran parte boscato, da formare sulla zona A ( la più inquinata). Nelle discariche trovano posto tutti i materiali contaminati. Il reattore, chiuso in un sarcofago di cemento, le carcasse degli ottantamila animali rimosse dall’area, gli attrezzi utilizzati, il tutto sigillato con la stessa tecnica che si usa per le scorie nucleari e costantemente monitorato ancora oggi. Questa parte della storia, direttamente collegata all’incidente e iniziata con l’esplosione del 10 luglio del 1976, ha in Paolo Lassini, dottore forestale, uno dei suoi protagonisti. Lassini ha contribuito alla realizzazione del bosco come dirigente dell’allora Azienda Regionale delle Foreste. La sua voce è quella di chi ha disegnato e proposto alla Regione la zonizzazione dell’area, orientata a diverse fruizioni. L’intervista è stata raccolta in occasione di un incontro pubblico al Bosco delle Querce il 12 marzo 2026.
Quando hai raccolto la sfida per il Bosco delle querce eri un giovane professionista, con figli ancora piccoli. Cosa ti ha mosso?
Quella per il Bosco delle Querce è stata una sfida che ho davvero vissuto in prima persona. Passavo frequentemente di qua, si percepiva la presenza della contaminazione, c’era il filo spinato, l’esercito. Durante i primi interventi per costruire il bosco capitava di dover sostituire di notte una pianta, se moriva, perché non si sarebbe dovuto vedere la conseguenza della contaminazione, anche se non era realmente quella la causa della morte di un albero. C’era la necessità di una narrazione forte: il fatto che sul luogo del disastro fosse cresciuto un bosco è stato un messaggio emozionale, culturale, più forte di mille garanzie date sull’avvenuta bonifica. Dopo il lavoro, affidato a una ditta privata, l’ufficio speciale di Seveso chiudeva i battenti e quindi si doveva decidere chi avrebbe gestito il bosco appena realizzato.
A quel punto eri in Regione Lombardia, nell’ente regionale servizi agricoltura foreste (Ersaf).
Non mi sembrò vero di proporre al mio ente di gestire il bosco. Ci fu data la possibilità di formare un ufficio ad hoc, di sceglierci una sede, il personale: un ufficio pubblico creato su una sinergia realmente spontanea. È stato un cantiere scuola, fatto di giovani a vari livelli, laureati, periti, operai, cresciuti insieme con una grande libertà. C’era una buona disponibilità economica, ma anche una burocrazia molto ridotta. Si sarebbe potuto, con una telefonata in Comune da una parte, dall’altra al nostro presidente, decidere e risolvere i problemi dall’oggi al domani, potendo così mostrare un bosco visivamente sempre in ordine. Abbiamo avuto anni di questa grande libertà, che ha permesso un forte legame con il territorio, anche per la provenienza locale dei nostri operai o degli artigiani e agricoltori del luogo impiegati di volta in volta.
È un valore che si percepisce ancora oggi, come la qualità del monitoraggio.
Si progettava in esecuzione, cambiando rotta in funzione dei risultati da raggiungere, dove la principale missione era, per la legge, la costituzione di un parco naturale. L’unicità di questo bosco è dovuta anche al costante monitoraggio scientifico. Il Bosco delle Querce è un ecosistema che tiene memoria scientifica della sua evoluzione durante i quaranta anni della sua storia: la crescita delle piante, degli animali, la sua natura di ambito urbanistico chiuso, senza contatti ecologici apparenti con l’esterno, se non attraverso il fiume che c’è all’inizio, che allora era una fogna a cielo aperto.
Cosa ci dicono quei dati?
Considerando la tabula rasa provocata dal disastro, con gli ottantamila animali morti, in quel poco spazio tutto quello che non volava è arrivato lo stesso, quindi le volpi, il tasso, i conigli, i roditori. E il successo si è avuto nel 2006, quando è stato reso noto l’indice di Shannon relativo al Bosco delle Querce, (si tratta di un parametro matematico usato in ecologia per quantificare la biodiversità di un habitat, ndr.). A trent’anni dal deserto ecologico provocato dalla contaminazione l’indice del Bosco è risultato essere superiore a quello del parco di Monza, che invece ha un secolo e mezzo di vita e connessioni molto diverse.
Hai sempre parlato della potenza della natura, qualcosa di evidente qui al Bosco delle Querce.
Della natura, ma anche di un intervento privilegiato. La nostra realtà di ente pubblico che agiva in amministrazione diretta, non lavorando cioè in appalto, favoriva il rapporto diretto con le istituzioni, con l’Asl, con l’università e la società civile, che si era mobilitata con grande energia, permettendoci di sperimentare, con le spalle coperte, per così dire, varie soluzioni. Abbiamo messo a dimora generazioni di piante con diversi metodi, dalla piantina forestale di una spanna al grande trapianto di quindici metri come premio per le scuole. Le dimensioni attuali delle allora piantine forestali sono maggiori di quelle del grande trapianto. È questo che intendo con la potenza della natura.
Per chi lo vede per la prima volta sembra un bosco qualunque, cosa ti senti di indicare come specificità?
Sarebbe un bosco come tanti altri se non avesse dentro di sé la memoria di quello che è successo. Nel senso che qui al Bosco dovrà sempre esserci l’esperienza di questa eredità. Un’eredità che contiene però anche il disastro, che non è possibile dimenticare o rimuovere. È il ricordo di un periodo, quindi è giusto che il parco non diventi mai qualcosa di estraneo alla sua traumatica origine.
