In Armenia è cominciata la Cop17 sulla biodiversità. I Paesi al lavoro per gli obiettivi al 2030

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Fino al 30 ottobre a Yerevan, in Armenia, la Cop17, in cui si farà il primo bilancio globale del Quadro per la biodiversità al 2030. Il declino degli impollinatori europei ricorda che gli impegni internazionali devono tradursi in politiche, risorse e risultati misurabili

Ieri, 19 ottobre, si è aperta ufficialmente a Yerevan, in Armenia, la COP17 sulla biodiversità, in programma fino al 30 ottobre. COP è l’acronimo di Conference of the Parties, la Conferenza delle Parti: la riunione dei Paesi che hanno aderito a una convenzione internazionale per verificarne l’attuazione e concordare le decisioni necessarie. In questo caso si tratta della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica (Convention on Biological Diversity, CBD), adottata nel 1992 al Vertice della Terra di Rio de Janeiro. I suoi tre obiettivi sono conservare la biodiversità, promuovere l’uso sostenibile delle sue componenti e assicurare una condivisione giusta ed equa dei benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse genetiche.

La COP17 è un appuntamento storico: per la prima volta i governi sono chiamati a fare un bilancio globale dei progressi nell’attuazione del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, adottato nel 2022, in occasione della COP15 di Montreal. Il documento stabilisce 23 obiettivi da raggiungere entro il 2030, per arrestare e invertire la perdita di biodiversità, attraverso misure per proteggere gli ecosistemi, ridurre le pressioni sulla natura e trasformare i sistemi economici e sociali che alimentano la crisi ecologica (che alcuni scienziati chiamano “annichilimento biologico del pianeta”).

Anche il logo della conferenza contiene un messaggio. Raffigura la Polyommatus eriwanensis, una farfalla blu endemica dell’Armenia. I 23 colori che compongono la sua identità grafica richiamano i 23 obiettivi globali e ne simboleggiano l’interconnessione: la biodiversità non si tutela con interventi isolati, ma attraverso azioni coordinate. Il motto della COP17, Taking Action for Nature — agire per la natura — esprime la necessità di passare dalle dichiarazioni ai risultati concreti. È proprio questo il banco di prova di Yerevan.

Gli impollinatori, una crisi dentro la crisi

Il giorno stesso dell’apertura della COP17, una nuova ricerca scientifica ha richiamato l’attenzione sul declino degli impollinatori europei. Un’analisi pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), basata su dati storici relativi alla distribuzione delle specie, mostra che la maggior parte delle api selvatiche europee e circa la metà delle specie di sirfidi hanno perso parte della loro distribuzione geografica nell’ultimo secolo. Le tendenze variano tra regioni e gruppi di specie, ma il quadro complessivo è preoccupante (studio e approfondimenti).

Api selvatiche, sirfidi, farfalle e falene, insieme a numerosi altri insetti, svolgono funzioni essenziali per la riproduzione delle piante spontanee e per molte colture alimentari. Il loro declino è legato a una combinazione di fattori: trasformazione e frammentazione degli habitat, intensificazione agricola, pesticidi, semplificazione del paesaggio e cambiamento climatico. Non basta, dunque, proteggere alcune specie o aumentare il numero degli alveari. Occorre conservare la diversità degli impollinatori selvatici e garantire loro habitat, risorse alimentari e siti di nidificazione.

Questa vicenda rende tangibile il significato dei 23 obiettivi globali. La perdita di biodiversità non è un problema distante, confinato alle foreste tropicali o alle specie più rare: riguarda anche i paesaggi europei, la produzione alimentare e la resilienza degli ecosistemi da cui dipendiamo.

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I 23 obiettivi e la responsabilità dell’Italia

Le prospettive che precedono la COP17 non sono rassicuranti. Le valutazioni diffuse alla vigilia del vertice indicano che la maggior parte degli obiettivi globali non è ancora sulla traiettoria necessaria. Permangono ritardi nella conservazione e nel ripristino degli ecosistemi, nella riduzione delle pressioni sulla natura e nella mobilitazione delle risorse finanziarie. Tra le questioni più controverse a Yerevan figurano il finanziamento internazionale della biodiversità e la riforma dei sussidi dannosi per l’ambiente

Per l’Italia, contribuire al raggiungimento dei 23 target significa anzitutto dare piena attuazione alla Strategia nazionale per la biodiversità al 2030, approvata nel 2023, rendendone verificabili gli obiettivi e assicurando continuità alle misure previste. La Strategia dispone già di un sistema di monitoraggio: la sfida è collegare gli indicatori ai risultati effettivi, alle responsabilità delle amministrazioni e alle risorse disponibili.

L’azione prioritaria riguarda l’estensione e il rafforzamento della governance e della gestione delle aree protette terrestri e marine. Secondo i dati ISPRA riferiti al 2024, le aree protette e i siti Natura 2000, al netto delle sovrapposizioni, coprono il 21,7% del territorio terrestre e l’11,6% delle acque marine italiane. Per raggiungere il 30% entro il 2030, come richiesto dal Target 3 del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, occorre aumentare la copertura di circa 8 punti percentuali a terra e oltre 18 in mare.

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A tal fine, oltre a individuare nuove aree da proteggere, è necessario riconoscere le cosiddette Other Effective Area-Based Conservation Measures (OECM), ossia altre misure efficaci di conservazione basate sull’area, che assicurino risultati durevoli e verificabili per la biodiversità. L’obiettivo, però, non deve ridursi a un esercizio cartografico: occorre garantire una tutela effettiva, migliorare lo stato di conservazione di habitat e specie, rafforzare la connettività ecologica e assicurare risorse adeguate, una gestione efficace e il monitoraggio dei risultati, con particolare attenzione ai siti della rete Natura 2000.

Il secondo riguarda il ripristino. Il Regolamento europeo sul ripristino della natura, in vigore dal 18 agosto 2024, offre un’occasione decisiva per recuperare ecosistemi degradati, migliorare la connettività ecologica, ripristinare fiumi e zone umide e invertire il declino degli impollinatori. L’Italia deve dotarsi di un Piano nazionale di ripristino ambizioso, scientificamente fondato, finanziato e condiviso con Regioni, enti locali, comunità scientifica e portatori di interesse. Il ripristino non deve essere confuso con la semplice piantagione di alberi: richiede di recuperare le funzioni ecologiche, rispettare le condizioni locali e monitorare nel tempo i risultati.

Il terzo contributo riguarda agricoltura, foreste e territorio. Per fermare il declino degli impollinatori occorre ridurre i rischi derivanti dai pesticidi, conservare siepi e prati, diversificare i paesaggi agricoli e sostenere pratiche produttive compatibili con la biodiversità. Nelle foreste, la priorità è conservare gli ecosistemi naturali, migliorarne la resilienza e garantire che gli interventi di ripristino utilizzino materiale vivaistico adeguato alle condizioni ecologiche e climatiche dei luoghi. Anche le città devono diventare parte della soluzione, attraverso verde urbano di qualità, suoli permeabili, alberature e corridoi ecologici.

Il quarto contributo è economico e finanziario. Il governo deve valutare gli effetti delle politiche pubbliche sulla natura, riformare gli incentivi che alimentano il degrado ambientale e orientare gli investimenti verso attività sostenibili. Le imprese, comprese quelle finanziarie, devono identificare e ridurre le proprie dipendenze e i propri impatti sulla biodiversità. Senza questa trasformazione, gli interventi di conservazione rischiano di rincorrere danni prodotti altrove dalle stesse politiche economiche.

Infine, servono ricerca, monitoraggio e partecipazione. L’Italia dispone di università, enti pubblici di ricerca, musei naturalistici e competenze scientifiche che possono contribuire alla raccolta di dati, alla valutazione delle misure e alla definizione di politiche efficaci. È necessario coinvolgere cittadini, agricoltori, imprese, associazioni e comunità locali, rendendo accessibili le informazioni e verificabili i progressi.

Dalle dichiarazioni all’attuazione

La COP17 deve affrontare anche una questione strutturale: la distanza tra gli obiettivi condivisi e le risorse necessarie per realizzarli. I governi devono rafforzare i finanziamenti per la biodiversità, migliorare la cooperazione internazionale e affrontare i sussidi dannosi. La responsabilità è globale, ma l’attuazione si misura nei singoli Paesi, nelle scelte di bilancio, nella gestione del territorio e nelle decisioni che riguardano produzione e consumo. L’Italia può dare un contributo credibile se saprà rendere coerenti la Strategia nazionale, il Piano di ripristino, le politiche agricole, quelle climatiche e le decisioni economiche. Non basta presentare piani: occorre stabilire chi fa che cosa, con quali risorse, entro quali scadenze e con quali indicatori di risultato.

La farfalla scelta per il logo di Yerevan è piccola, ma richiama una verità fondamentale: ogni specie appartiene a una rete di relazioni da cui dipende la vita degli ecosistemi. Il declino degli impollinatori è un segnale che non possiamo ignorare. La COP17 sarà giudicata non dalle promesse rinnovate, ma dalla capacità dei governi di arrestare e invertire la perdita di biodiversità. Anche per l’Italia, il tempo delle dichiarazioni deve lasciare spazio a quello dell’attuazione.

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