Siccità, i temporali non bastano a restituire acqua ai suoli

Il totale della pioggia caduta, anche quando è elevato, non basta a dire quanto si sia ricostituita la riserva del suolo. A rilevarlo c’è il Cosmic Ray Neutron Sensing, la tecnologia utilizzata da Finapp, spin-off dell’Università di Padova. Per saperne di più, abbiamo intervistato Angelo Amiceralli, CMO e cofondatore di Finapp

A luglio, nella pianura bolognese, sono caduti 187 millimetri di pioggia. Un apporto consistente, che nel terreno osservato da una delle sonde Finapp non è bastato a conservare la riserva d’acqua: a metà agosto il contenuto idrico era sceso al 2,3% del volume del suolo, contro il 7,7% di inizio giugno. In quel campo, i temporali hanno interrotto per qualche tempo il prosciugamento, senza impedirgli di proseguire nelle settimane successive.

È una delle storie che emergono dalle rilevazioni raccolte dalla deep-tech italiana e spin-off dell’Università di Padova nel Nord Italia durante l’estate 2026. L’analisi, aggiornata al 18 agosto e basata su una rete di 24 sonde, segue l’acqua che rimane nel terreno, quella da cui dipendono le piante e che le precipitazioni devono contribuire a ricostituire. Fra l’inizio di giugno e la settimana di Ferragosto, il contenuto medio nei siti monitorati è passato dal 21,9% al 14,5%, con una diminuzione relativa del 34%. Se si prende come riferimento il picco di umidità raggiunto nella prima metà di maggio, la perdita arriva al 44%.

Nel corso dell’estate il calo non è stato continuo. Dopo una risalita a metà luglio, quando la media aveva raggiunto il 20,4%, i valori hanno ripreso a scendere: 16,9% nella prima settimana di agosto, 15,4% nella seconda, fino al 14,3% fra il 15 e il 18 agosto. Una progressione che aiuta a capire quanto il sollievo portato dalla pioggia possa essere transitorio. Nell’entroterra ligure, per esempio, i 38 millimetri caduti il 26 luglio hanno fatto aumentare l’umidità dal 14% al 21,2%; dieci giorni dopo era già tornata al 14,7%, quasi al livello iniziale.

Le misure descrivono ciò che accade nei territori osservati e non possono essere estese automaticamente all’intero Nord Italia. All’interno della rete, però, la perdita d’acqua è largamente condivisa: interessa 22 delle 23 stazioni confrontabili con l’inizio dell’estate. La sola eccezione è una sonda nel Cuneese, sostanzialmente stabile, mentre nell’Alessandrino il contenuto idrico è sceso dal 12,2% al 3,8%. Differenze che ricordano quanto pesino le condizioni locali e quanto sia difficile riassumere la siccità di un territorio attraverso un unico valore.

A perdere acqua sono state anche le aree montane. Nel gruppo di sette stazioni fra Veneto, Trentino e Bellunese, la diminuzione dall’inizio dell’estate raggiunge il 38%, contro il 29% rilevato sia nell’area occidentale sia in quella centro-padana. Le sonde del Trentino e del Bellunese, normalmente fra le più umide della rete nei mesi estivi, hanno toccato i minimi delle rispettive serie di misurazione.

Anche guardando alle estati precedenti il quadro risulta più asciutto. Nella settimana dal 12 al 18 agosto il contenuto d’acqua è inferiore del 33% rispetto allo stesso periodo del 2025 e del 36% rispetto al 2024, sulla base delle stazioni disponibili per ciascun confronto: 15 nel primo caso, 14 nel secondo. Fra le 13 sonde con almeno tre anni di dati, 12 registrano il Ferragosto più secco dall’inizio delle osservazioni. Si tratta comunque di una storia breve, che non permette di stabilire paragoni con la grande siccità del 2022: le due serie più lunghe della rete iniziano soltanto alla fine di dicembre di quell’anno.

Le precipitazioni di metà agosto hanno attenuato il deficit, ma ne hanno recuperato una parte limitata. L’umidità è aumentata in 19 siti su 24 e il recupero mediano rispetto ai minimi registrati fra il 10 e il 16 agosto è stato del 15%. Secondo l’elaborazione di Finapp, questo miglioramento ha colmato appena il 22% della perdita accumulata dall’inizio dell’estate.

Per comprendere perché il terreno torni ad asciugarsi così rapidamente occorre seguire i diversi percorsi dell’acqua. Durante una precipitazione, una parte può scorrere in superficie e un’altra infiltrarsi; nei giorni successivi, la vegetazione assorbe acqua e l’evapotraspirazione la restituisce all’atmosfera. Le sonde misurano il risultato di questi processi, pur senza distinguere da sole il peso di ciascuno. È per questo che il totale della pioggia caduta, anche quando è elevato, non basta a dire quanto si sia ricostituita la riserva del suolo.

Dietro queste rilevazioni c’è il Cosmic Ray Neutron Sensing, la tecnologia utilizzata da Finapp, spin-off dell’Università di Padova. Del passaggio dalla ricerca alle applicazioni sul territorio e del contributo che queste misure possono dare alla gestione dell’acqua abbiamo parlato con Angelo Amiceralli, CMO e cofondatore di Finapp.

Angelo Amiceralli

Finapp nasce dall’incontro tra fisica nucleare e gestione della risorsa idrica: qual è stata l’intuizione che vi ha portato a trasformare una tecnologia legata alla ricerca sui neutroni in uno strumento concreto per affrontare siccità, sprechi e cambiamento climatico?

«L’intuizione è stata utilizzare le conoscenze della fisica dei neutroni per rispondere a una domanda concreta: quanta acqua contiene un terreno? I neutroni prodotti naturalmente dai raggi cosmici interagiscono con l’idrogeno presente nell’acqua e, misurando questo segnale, possiamo ricavare il contenuto idrico del suolo e della neve. Il nostro lavoro è stato portare questa conoscenza fuori dal laboratorio, sviluppando strumenti capaci di effettuare misure continue su ampie superfici, senza essere interrati. Ci interessava rendere il dato utile nelle decisioni quotidiane: capire quando irrigare, verificare gli effetti delle precipitazioni e conoscere meglio le riserve da cui dipende la disponibilità d’acqua».

Diciamo spesso che l’acqua sta diventando una risorsa sempre più scarsa, ma quanto pesa il fatto che ancora oggi non sappiamo con sufficiente precisione quanta acqua abbiamo realmente a disposizione nel suolo e nella neve? E cosa cambia quando questa informazione diventa disponibile in tempo reale?

«Questa incertezza pesa perché condiziona la capacità di programmare. Conoscere la pioggia caduta non basta a capire quanta acqua sia rimasta nel terreno, così come lo spessore della neve non ci dice da solo quanta acqua contenga. Le misure continue permettono di seguire l’evoluzione della riserva, verificando quanto dura il beneficio di una precipitazione o come il terreno risponde all’irrigazione. Per un agricoltore significa poter adeguare gli interventi alle condizioni effettive, interpretando l’umidità insieme alle caratteristiche del suolo e alle esigenze della coltura. Per chi gestisce la risorsa idrica, significa avere un’informazione in più per valutare la disponibilità e prepararsi ai periodi di maggiore domanda».

Guardando ai prossimi anni, quale ruolo possono avere tecnologie come la CRNS nell’adattamento alla crisi climatica? Possiamo immaginare reti di monitoraggio sempre più diffuse capaci di aiutare agricoltori, gestori della risorsa idrica e istituzioni a prendere decisioni prima che una situazione di scarsità o di rischio diventi un’emergenza?

«Sì, reti più diffuse e osservazioni prolungate nel tempo possono aiutarci a riconoscere prima le situazioni critiche e a comprendere meglio le differenze fra territori. Il contributo della CRNS cresce quando le misure vengono integrate con previsioni meteorologiche e informazioni su fiumi, falde, invasi e prelievi: insieme possono offrire una base più solida per programmare l’irrigazione e la gestione dell’acqua. Occorre però che questi dati siano accessibili e comprensibili a chi deve utilizzarli, con un collegamento stabile fra monitoraggio e decisioni. Finapp si è sempre concentrata sul rendere questi dati facilmente fruibili e ora forniamo direttamente piattaforme di supporto alle decisioni. La tecnologia può dare più tempo per intervenire, aiutando anche a verificare se le azioni adottate stanno producendo gli effetti attesi».