Negli scenari internazionali, le fonti fossili diventano motivo di guerre e di ricatto, annientamento delle popolazioni e di totale instabilità geopolitica. Ogni impianto a fonti rinnovabili realizzato rappresenta un passo concreto verso una pace duratura
L’intervento di Katiuscia Eroe, responsabile Energia di Legambiente
“Quando parliamo di conflitti ed energia siamo abituati a citare e a raccontare di come le fonti fossili diventino facilmente motivo di guerre e di azioni geopolitiche di predominanza. E questo è assolutamente vero. Possiamo citare la cattura di Nicolas Maduro, presidente del Venezuela, il Paese che attualmente possiede la più grande riserva di petrolio al mondo, pari a 303 miliardi di barili, da parte di Trump con la scusa della lotta ai narcotrafficanti. Il conflitto in Iran e lo Stretto di Hormuz in cui transita il 25% del petrolio mondiale, ma anche il Sudan dove proprio le entrate petrolifere rappresentano uno degli elementi di controllo del potere, l’Iraq e la Siria dove i pozzi petroliferi per anni hanno foraggiato i gruppi armati, il Mar Rosso e lo Yemen dove lo stretto di Bab el-Mandeb rappresenta il passaggio fondamentale per il trasporto di idrocarburi, petrolio e gas o ancora il Mar Cinese Meridionale dove le tensioni sono molto forti proprio a causa delle riserve energetiche offshore e del controllo delle rotte commerciali.
Meno ci soffermiamo a riflettere su come le fonti fossili diventano motivo di ricatto, annientamento delle popolazioni e di totale instabilità geopolitica. Guardiamo, ad esempio, al conflitto Russia – Ucraina, dove Putin bombarda da anni centrali a fonti fossili per la produzione di energia con il solo scopo di annientare la popolazione ucraina, lasciarla al freddo, senza luce e cibo. E la stessa Ucraina che con lo scopo di indebolire l’economia russa bombarda i sistemi energetici russi. In questo stesso caso pensiamo alla debolezza geopolitica dell’Unione Europea e del nostro stesso Paese di fronte a questo conflitto in cui nessuno Stato europeo è riuscito o ha potuto mettere bocca e giocare un vero ruolo di intermediazione perché troppo dipendenti dal gas russo.
Cosa poteva dire l’Unione Europea di fronte ad un Paese da cui importava il 40% circa del gas necessario al soddisfacimento delle esigenze energetiche dei propri Paesi. E cosa poteva dire l’Italia di fronte ad un Paese da cui veniva importato il 40% del gas necessario alle esigenze energetiche della popolazione, delle imprese e dei territori?
Non a caso, quando l’Europa e l’Italia decisero che il gas russo era brutto e cattivo iniziando a differenziare le importazioni da Paesi del Nord Africa o dell’Est Asiatico (su cui tanto avremmo da discutere in tema di democraticità) e scoppiò il Qatar Gate per i mondiali di calcio, il Qatar non decise di trattare o di ammettere le proprie colpe ma minacciò l’Europa e l’Italia di chiudere i rubinetti del gas. Eppure, il Qatar esporta, verso l’Italia, solo l’11% del gas dei nostri consumi e il 3% di quelli europei. Numeri esigui se ci pensiamo, ma che mettono bene in evidenza come le fonti fossili diventino motivo di ricatto indebolendo Paesi come il nostro fortemente dipendente da queste risorse.
A dimostrazione di ciò anche l’unica reazione che ha potuto avere un Paese europeo, ovvero la Spagna, che è stata l’unica ad opporsi a Trump di fronte alle richieste di utilizzo delle basi per la guerra in Iran. Reazione che è stata possibile grazie al ruolo che in questo Paese hanno le fonti rinnovabili che oggi sono arrivate a coprire il 60% dei consumi elettrici del Paese, a cui si aggiunge il 20% di nucleare e il resto da fonte fossile.
Una dipendenza da queste fonti e dalle importazioni ridotta e che hanno permesso a Sanchez di avere un ruolo geopolitico contro la guerra di Trump. E infatti, mentre gli spagnoli nei primi 10 mesi del 2026 hanno pagato l’energia elettrica all’ingrosso 147 euro a MWh, grazie agli importanti investimenti sulle rinnovabili fatti in soli 5 anni, noi abbiamo pagato 207 euro e soprattutto siamo costretti ad aumentare le importazioni di GNL dall’America.
In questa logica di ricatto e paura rientra anche il nucleare: non è un caso, infatti che la principale centrale nucleare ucraina, quella di Zaporizhžžja con i suoi 5,7 GW di potenza sia stata occupata nel 2022 dai russi e oggi pur essendo gestita dagli ucraini opera sotto il controllo russo e che la Centrale nucleare di Chernobyl sia sempre sotto minaccia dei bombardamenti russi.
Il primo elemento sotto accusa è proprio il modello fossile/nucleare, poche centrali facilmente bombardabili che diventano elemento di paura e ricatto.
Immaginiamo invece un’Europa e il nostro Paese costellato di tanti puntini, tanti impianti a fonti rinnovabili tra eolico a mare e in terra ferma, impianti solari sui tetti, nei territori e a servizio di imprese e agricoltori, impianti idroelettrici di grande e piccola taglia, geotermia ad alta, media e bassa entalpia e così via. Parliamo di milioni di punti di produzione di energia elettrica, solo in Italia attualmente ne abbiamo circa 2,2 milioni. Immaginiamo di ridurre al minimo fino ad azzerare la dipendenza dell’Europa e dell’Italia dalle importazioni di combustibili fossili e dalla dipendenza della filiera nucleare russa. Bombardare milioni e milioni di piccoli e grandi impianti sarebbe operazione complessa e decisamente costosa, anche con l’utilizzo di tutte le bombe intelligenti e di tutta l’intelligenza artificiale possibile.
In uno scenario 100% rinnovabile quale sarebbe potuta essere la risposta geopolitica all’invasione dell’Ucraina e alle richieste di Trump in tema di richieste per la guerra in Iran?
Certamente una risposta decisamente più forte e determinata e che avrebbe permesso di cambiare di molto alcuni equilibri su cui Italia ed Europa non possono neanche avvicinarsi.
Altro tema importante è il ruolo che ciascuno di noi può avere per essere un reale portatore di pace. Non basta, infatti, scendere in Piazza per Gaza o in occasione della Marcia per la Pace di Perugia – Assisi. Ogni singolo utente che paga una bolletta può fare molto di più. Basta pensare che in Italia quasi la metà del gas fossile consumato soddisfa i fabbisogni energetici – elettrici e termici – delle nostre abitazioni. E pur non volendo siamo corresponsabili delle politiche di riarmo, dei conflitti o almeno lo saremo fino a che decidiamo che possiamo chiedere prestiti e finanziare per acquistare auto da 40mila euro e non li chiediamo per acquistare 2 kW di pannelli solari fotovoltaici a costi che non arrivano neanche a un quarto del costo dell’auto, contribuendo a ridurre la dipendenza del gas fossile nel nostro Paese e ad aumentare il livello di sicurezza per noi e per i Paesi sotto attacco dai conflitti per ragioni legate alle fonti fossili e ad altre risorse strategiche e delle terre rare.
Per essere reali portatori di pace, quindi, non è solo importante partecipare alle mobilitazioni, eventi fondamentali per fare pressione sul nostro Governo e su un sistema internazionale che ci propina soluzioni di sicurezza medievali, ma difendere nei territori i progetti a fonti rinnovabili, scendere in piazza per accelerare la loro realizzazione e avviare politiche di efficienza energetica, perché se è vero che i conflitti sono alimentati da un sistema energetico basato sulle fossili – inquinanti e climalteranti – è altrettanto vero che ogni impianto a fonti rinnovabili realizzato rappresenta un passo concreto verso una pace duratura”.
